GIOVEDì 19 aprile
ore 21.00 (Sala Lampertico)
VENERDì 20, SABATO 21 e DOMENICA 22
ore 16 - 18.30 - 21
(Sala ODEON)

happy prince locandina

Regia
Rupert Everett
Genere
COMMEDIA, DRAMMATICO, STORICO
Durata
105'
Anno
2017
Produzione
MAZE PICTURES, ENTRE CHIEN ET LOUP IN CO-PRODUZIONE CON PALOMAR, CINE PLUS FILMPRODUKTION, TELE MÜNCHEN GROUP,RADIO TÉLÉVISION BELGE FRANCOPHONE, PROXIMUS
Cast

Rupert Everett (Oscar Wilde), Colin Firth (Reggie Turner), Béatrice Dalle, Miranda Richardson, John Standing, Colin Morgan, Emily Watson (Constance), Tom Wilkinson (Dunne), Edward Fox (Giudice), Edwin Thomas, Hugh Dancy (Robbie Ross)

Trama

Nella stanza di una modesta pensione di Parigi, Oscar Wilde trascorre gli ultimi giorni della sua vita e come in un vivido sogno i ricordi del suo passato riaffiorano, trasportandolo in altre epoche e in altri luoghi. Non era lui un tempo l'uomo più famoso di Londra? L'artista idolatrato da quella società che l'ha poi crocifisso? Oggi Wilde ripensa con malinconia alle passioni che l'hanno travolto e con tenerezza al suo incessante bisogno di amare incondizionatamente. Rivive la sua fatale relazione con Lord Alfred Douglas e le sue fughe attraverso l'Europa, ma anche il grande rimorso nei confronti della moglie Constance per aver gettato lei e i loro figli nello scandalo dopo l'estrema condanna per la sua omosessualità. Ad accompagnarlo in questo ultimo viaggio solo l'amore e la dedizione di Robbie Ross, che gli resta accanto fino alla fine nel vano tentativo di salvarlo da se stesso e l'affetto del suo più caro amico Reggie Turner.

Critica

Bisogna scendere agli inferi per trovare la redenzione. La sofferenza può distruggere o far rinascere, ma rialzare la testa è l’unica soluzione quando fuori cala notte. È la vicenda di Oscar Wilde, drammaturgo, poeta, scrittore e artista ormai imprescindibile su ogni banco di scuola. Rupert Everett, anche regista, gli presta il volto, lo coccola nelle sue gozzoviglie serali e mentre arranca nei boulevard al chiaro di luna. Il destino incombe su di lui, i benpensanti lo perseguitano, lo spingono verso l’abisso per la sua omosessualità. La macchina da presa non gli lascia scampo, catturando ogni istante del suo continuo patimento.
Non sono bastati due anni di lavori forzati e gli sputi di chi pensa di essere superiore. Ormai Wilde non è più una celebrità, è un reietto da evitare per non essere contagiati dal suo morbo. The Happy Prince non è un biopic, ma un’indagine intimista sull’origine del dolore. Troviamo Wilde in una stanza d’albergo polverosa, ormai in miseria, con gli scarafaggi che fanno a gara per arrivare in cima al letto. Lui è pesante, malato, e spende i suoi ultimi risparmi in assenzio e giovinastri. Non scrive più, quei tempi sono passati. È l’ombra di se stesso, irriconoscibile anche per i suoi amici più stretti.
La prigione ha massacrato lo spirito e l’onore, e Wilde è costretto all’esilio, perché in patria il suono del suo nome suscita sdegno. Gli rimangono le avventure, le fiabe, che racconta ai bambini per ricordarsi di avere due figli che non vedrà mai più. Chiamatelo principe felice, una statua di un’altra epoca che può vedere il mondo senza sfiorarlo. La serenità è un’utopia, che più volte Everett richiama con una dimensione onirica, con le linee narrative che si sovrappongono, in un racconto sospeso tra passato e presente.
Lo spartiacque è la prigione, la condanna per un’esistenza troppo “libera”. Il protagonista è un cattolico mancato, che nel De Profundis spiega la sua concezione di Dio e si rivolge ai suoi fedeli chiamandoli “discepoli”. In punto di morte chiede l’estrema unzione, come se la conversione fosse finalmente avvenuta. Un barlume di spiritualità si fonde con la dimensione pittorica, con i continui rimandi a Monet e Toulouse-Lautrec. Invece nelle scenografie e nei costumi si sente l’immancabile influenza di Visconti.
L’attenzione per l’immagine accompagna quella per la storia, alle scorribande amorose di un irlandese forse troppo snob per farsi accettare dall’establishment di Londra. La relazione di Wilde con il giovane Lord Alfred Douglas ha sconvolto un’intera nazione, ma l’omofobia è ancora ben radicata anche nel contemporaneo. Il “diverso” è sempre perseguitato, specialmente quando è l’intolleranza a guidare gli animi. The Happy Prince è un film sulla libertà che, attraverso le vicissitudini private di un grande autore, acquista un valore universale.
Gian Luca Pisacane, Cinematografo.it, 11 aprile 2018

Rupert Everett accarezzava da tempo il progetto di portare sullo schermo gli ultimi giorni di vita del suo autore preferito, Oscar Wilde. Ci è finalmente riuscito grazie a una coproduzione internazionale che ha visto in gioco numerosi soggetti che gli hanno consentito di dirigere e interpretare nel ruolo del protagonista il film.
Si sente in ogni inquadratura l'amore che Everett prova per questo grande autore colto ed accompagnato sulla strada dell'autodissoluzione costruita bicchiere su bicchiere di assenzio nella ricerca di un piacere che, di giorno in giorno, perde qualsiasi valenza estetica per tradursi in un disperato tentativo di confrontarsi con la morte in arrivo. Quella morte che aveva descritto magistralmente sotto aspetti diversi, da "Salomè" a "Il gigante egoista" e il cui arrivo ora centellina raccontando a due ragazzi di strada la fiaba della statua del principe felice che progressivamente si spoglia di ciò che ha e che viene abbattuta assieme alla morte della rondine che ha portato l’oro e le pietre preziose che lo rivestivano a chi ne aveva bisogno. Dio però chiede ad un angelo di portargli le due cose più preziose della città: il cuore di piombo del principe e la rondine stessa.
Everett utilizza la metafora per mettere in scena il suo Wilde. Un uomo ormai fiaccato nel corpo così come la statua del principe diviene priva di ornamenti. Oscar ha ormai perduto il suo appeal, quello che riempiva i teatri e faceva inneggiare all’autore. Ora canta, se richiesto, in locali di pessimo ordine e le sue tasche sono perennemente vuote. La malattia che lo porterà alla fine progredisce di giorno in giorno mentre passa dalla Francia all'Italia per poi fare ritorno in terra francese dove verrà sepolto con una scritta sulla lapide tratta dal libero di Giobbe: "Nulla osavano aggiungere alle mie parole, e su di loro stillava goccia a goccia il mio discorso". Solo di recente la Gran Bretagna ha fatto ammenda per la condanna inflitta allo scrittore. Questo film, senza fare sconti a nessuno (Wilde compreso) ci spinge a riflettere.
Giancarlo Zappoli, Mymovies.it, 18 febbraio 2018

Dopo aver fatto visita allo humor wildiano più volte recitando nei garbati Un marito ideale e L'importanza di chiamarsi Ernest, Rupert Everett ha deciso di non attendere più il ruolo che sognava da tempo e se lo è regalato da solo. Il divo inglese si è rimboccato le maniche e ha sancito il suo esordio alla regia con un'opera complessa e delicata, un biopic incentrato sulle ultime disperate settimane di vita di Oscar Wilde. Oltre a essere uno degli scrittori più importanti al mondo, Wilde è stato eletto icona del libero pensiero per i suoi sistematici assalti alla società perbenista vittoriana che gli ha dato tutto per poi strapparglielo via con violenza. Nel mondo anglosassone star come il cantante Morrissey, che hanno fatto un vessillo della propria ambiguità sessuale, hanno scelto Oscar Wilde come loro nume tutelare e anche Rupert Everett ha reso nota in più occasioni l'affinità con l'anticonformista autore de Il ritratto di Dorian Gray.
Così, dopo aver interpretato Oscar Wilde a teatro in The Judas Kiss, Rupert Everett ha deciso di forgiare il giusto tributo al connazionale. In The Happy Prince, l'attore non si risparmia. Invecchiato e imbolsito, il divo sfrutta ogni singola ruga del viso mettendola al servizio del suo personaggio. Attraverso un uso sapiente del flashback rivediamo un Oscar Wilde poco più giovane, appena uscito dal carcere, che si concede un soggiorno a Napoli insieme al giovane e depravato amante Bosie, causa della sua rovina. Ma a occupare la maggior parte del film sono gli ultimi giorni di vita dello scrittore, rifugiatosi a Parigi, ormai devastato dai vizi e dalla malattia. Da questo punto di vista, Everett risparmia ben poco allo spettatore mettendo in scena, non senza un lieve compiacimento, il disfacimento corporeo dello scrittore che sembra andare di pari passo con la sua natura viziosa.
A sottolineare la dimensione ciclica del film è la storia del Principe Felice, fiaba che dà il titolo alla pellicola, declamata dallo scrittore dapprima in voice over e poi narrata, in campo, a uno dei suoi piccoli protetti. Il Wilde di Rupert Everett non ha perso l'arguzia e il gusto per i salaci giochi di parole, ma rispetto ai precedenti ritratti è una figura profondamente tragica, invisa alla società perbenista, abbandonata da tutti all'infuori dei pochi amici che lo accudiranno fino alla morte. Tra questi spiccano Robbie Ross (Edwin Astley), amante di Wilde che gli rimase fedele anche dopo la sua scomparsa, e Reggie Turner (Colin Firth), scrittore e membro del circolo di Wilde. L'attenzione del regista è, però, concentrata sull'unica donna della vita di Wilde, la moglie Constance (una Emily Watson sofferente, ma composta), che continuerà ad amare tenacemente il marito anche dopo essere stata costretta a bandirlo dalla propria vita e da quella dei figli.
In linea con gli eventi narrati, Rupert Everett costruisce una pellicola dal mood mortifero, dominata dai toni del grigio e del nero. Le sortite di Wilde si consumano soprattutto alla luce delle candele, nei sordidi locali notturni della Parigi malfamata, o in esterni cupi e piovosi. A spezzare questa atmosfera crepuscolare, seppur per poco, interviene la breve parentesi napoletana, con tanto di sortita sul Vesuvio ed eruzione a cui Wilde assiste stupito dalla propria terrazza. L'attenzione del regista si concentra sui singoli dettagli nel tentativo di creare un ritratto puntuale di un'epoca. A questo sforzo di veridicità contribuiscono arredamenti, costumi e un makeup accurato usato per riprodurre le varie fasi del decadimento fisico di Oscar Wilde.
A conti fatti, The Happy Prince è un monumento funebre, un'ingegnosa lapide animata alla figura di Wilde. Grazie al proprio carisma, lo scrittore domina su tutto e tutti mettendo in ombra tutti coloro che gli stanno vicino. Nell'economia del racconto Bosie e Robbie, i suoi amanti storici, sono poco più che pallide comparse, figure deboli, meno interessanti di quanto potrebbero, capaci di esistere solo all'ombra del loro mentore. L'unico personaggio di levatura pari allo scrittore, nella visione everettiana, potrebbe essere Constance, figura dolente le cui apparizioni sono ricche di pathos, ma ridotte. Seppur presente in poche scene, Constance è in grado di turbare i sonni del marito e l'influenza che esercita sulla sua mente ci viene mostrata attraverso le visioni che tormentano lo scrittore sul letto di morte.
Patetico e grottesco, l'Oscar Wilde sofferente che intona The Boy I love is Up in the Gallery sotto lo sguardo degli avventori di una bettola di Montmarte è un artista consumato dai propri demoni, ma è anche un uomo provato da un'esistenza oltre i limiti in cerca di una disperata redenzione. Redenzione che, offuscata dallo champagne, assenzio e cocaina, arriverà inaspettatamente nella persona di un brusco parroco irlandese. Il canto del cigno dello scrittore diviene oggetto dell'esordio dietro la macchina da presa di un attore noto per i suoi eccessi e le sue provocazioni. In uno strano gioco di specchi, nel sentito omaggio al suo mentore Rupert Everett proietta la fine del suo passato da sex symbol, sancita dalla trasformazione fisica, ma approda anche a una possibile rinascita. La redenzione di Rupert passa dall'arte, la stessa arte che non è stata sufficiente a Wilde per risollevarsi da una vita spesa a precipitare negli abissi. Sul letto di morte Wilde sembra trovare consolazione nel battesimo e nell'estrema unzione. D'altronde lui stesso soleva dichiarare che "il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire".
Valentina D'Amico, Movieplayer.it, 12 aprile 2018

Trailer


Altre informazioni

Sceneggiatura: Rupert Everett
Fotografia: John Conroy
Costumi: Maurizio Millenotti, Giovanni Casalnuovo



Nazione
ITALIA, BELGIO, GERMANIA, GRAN BRETAGNA - 2017
Distribuzione
VISION DISTRIBUTION (2018)
Titolo originale
THE HAPPY PRINCE

 

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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