LA STRADA DI LEVI| Regia | Davide Ferrario |
| Cast | Umberto Orsini (Voce narrante) |
| Genere | DOCUMENTARIO |
| Anno | 2006 |
| Nazione | ITALIA |
| Distribuzione | 01 DISTRIBUTION |
| Durata | 92' |
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Soggetto: Davide Ferrario, Marco Belpoliti
Fotografia: Gherardo Gossi, Massimiliano Trevis
Musiche: Daniele Sepe
Montaggio: Claudio Cormio
- Note - REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI - DGC - FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE
- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006).
- La Storia
Il 27 gennaio 1945 lo scrittore Primo Levi viene liberato dal campo di concentramento di Auschwitz. Dopo un anno di prigionia, riacquista la libertà e può tornare a casa. Mentre il ricordo di tutto quello che è accaduto, rimane indelebile nella sua memoria, impossibile da cancellare, Levi inizia un lungo viaggio di dieci mesi per rientrare nella sua Torino. Attraversa Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Austria e Germania, fino a tornare finalmente in Italia, incontrando personaggi enigmatici che ritrarrà nel suo romanzo "La tregua". Sessanta anni dopo il regista Davide Ferrario, accompagnato dallo scrittore Marco Belpoliti, compie lo stesso tragitto attraverso l'Europa di oggi segnata dal post-comunismo. Il loro "viaggio della memoria" si intreccia con il ritratto dei moderni Paesi europei, in cui i resti dell'impero sovietico si alternano alla sconcertante povertà dei villaggi di emigranti, alla devastazione nei dintorni di Chernobyl e al timore che il seme neo-nazista stia attecchendo.
- Il Regista
Nasce a CASALMAGGIORE, Cremona (Italia) il 26-06-1956. Regista, sceneggiatore e scrittore. Si laurea alla Statale di Milano in Letteratura americana e già durante gli studi comincia a occuparsi di cinema come critico e saggista. In parallelo avvia l'attività di distributore per la cooperativa 'Laboratorio 80' di Bergamo che fa girare per l'Italia le opere di Fassbinder, Wenders, Wajda e altri registi di valore. Si cimenta anche come agente per alcuni registi americani come Jim Jarmusch e John Sayles. Nel 1985 scrive la sceneggiatura di "45° parallelo" (1985) di Attilio Concari mentre il suo film d'esordio alla regia è "La fine della notte" che esce nel 1990 e viene considerato il "miglior film indipendente della stagione". Autore e regista prolifico scrive e dirige lungometraggi, documentari, corti di finzione, lavori per la televisione, che sono presenti a vari festival internazionali come Berlino, Locarno, Sundance, Toronto, Venezia e che realizza con la sua casa di produzione che dirige con successo. Il suo 'Dopo mezzanotte', realizzato con un budget molto ridotto, ha avuto grande riscontro di pubblico ed è stato venduto in molti paesi. Ferrario è noto anche per il suo impegno politico: nel 2001 gira una dettagliata ricostruzione delle giornate del G8 :"Le strade di Genova". Nel 2002 con una sua ironica intervista a Tarricone contribuisce alla mobilitazione bergamasca contro la video sorveglianza. Per la televisione ha lavorato con Marco Paolini. Ha scritto sceneggiature anche per altri registi, per Daniele Segre "Occhi che videro" nel 1988 e "Manila paloma bianca" nel 1992. Per Anna Negri, nel 1998 "In principio erano le mutande". Nel 1995 ha scritto anche il romanzo "Dissolvenza al nero" che ha ottenuto il Premio Hemingway, è stato tradotto in molte lingue e nel 2006 è stato portato sullo schermo da Oliver Parker con il titolo "Fade to Black".
credits
Ne 'La strada di Levi' di Davide Ferrario e Marco Belpoliti è molto bella l'idea di rifare sessant'anni dopo il lungo e tortuoso percorso compiuto da Primo Levi dopo il 1945 per tornare a Torino dal campo di concentramento nazista di Auschwitz. (...) Mercati all'orientale, cimiteri, persone che ricordano, danno il senso della perennità della tradizione. Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania, collegate dalla voce di Umberto Orsini, sembrano terre bellissime e insieme campi di battaglia dopo la sconfitta, isole spopolate. Lietta Tornabuoni, La Stampa, 19 gennaio 2007
Con la collaborazione ai testi di uno scrittore come Marco Belpoliti cui risale l'idea, ha cominciato con le celebrazioni ad Auschwitz del 60esimo anniversario della liberazione dei deportati e, via via, ha ripercorso il cammino di Levi: qua, in Polonia, ascoltando Andrzej Wajda su un'acciaieria che non esiste più; là, in Ucraina, soffermandosi sull'assassinio politico di un cantante inviso ai nuovi capi di Mosca. Verificando, in Bielorussia, la sussistenza di sistemi propri al KGB, mentre i contadini sembrano rimpiangere i kolkhoz. Segue il deserto lasciato attorno a Chernobyl dopo l'evacuazione forzata degli abitanti, con una tappa in Moldavia da cui molti, senza più lavoro, emigrano in massa, anche se, invece, in Romania, ci sono italiani che vi lavorano con successo. La conclusione, dopo aver attraversato l'Ungheria e una Germania dove si ascoltano ancora canti nazisti, è a tu per tu con Mario Rigoni Stern, amico di Levi, cui, fra quelle tante contraddizioni, si affida un messaggio di speranza. Dal vivo, con incontri e presenze dal vero. Un documentario, certo, ma anche un documento. Dell'oggi rivissuto sulle tracce di ieri.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 19 gennaio 2007
Si può fare un film di viaggio nell'epoca della Cnn, di Internet, di Google Earth, di quei mille canali che saturano il nostro immaginario senza soddisfarlo? Si può, anzi forse si deve. Ma proprio perché assediati da mille (pseudo)informazioni, occorre scegliere ed esibire un punto di vista, uno stile che dia forma, senso, meglio: peso a immagini che altrimenti galleggerebbero nel vuoto (o nel troppo pieno). Nella 'Strada di Levi' questo punto di vista è, insolitamente, letterario. (...) Quel precipizio sta sotto tutti noi anche se non lo vediamo, si chiama Storia, e nei momenti migliori del film sembra quasi di poterlo toccare, di sentirne l'odore. Basterebbe questo a consigliare la visione di un film forse discontinuo ma nell'insieme azzardato e penetrante come pochi.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 19 gennaio 2007.
Si resta increduli osservando sulla carta geografica il paradossale itinerario che Primo Levi, liberato dal lager polacco di Auschwitz, percorse dal gennaio all' ottobre 1945 per tornare nella sua Torino. (...) S'impone l'analogia con l' archetipo di tutti i racconti imperniati sul 'nostos', il ritorno, ovvero l' 'Odissea'. Intorno alla quale i commentatori intrecciano da secoli le ipotesi più stravaganti. Come quella per cui il reduce da Troia non avrebbe avuto una gran voglia di tornare a casa. Prevedendo che in patria lo attendevano altre battaglie, Odisseo si concesse una lunga divagazione esistenziale, simile a quella che Levi battezzò 'La tregua'. Un romanzo-verità già rispecchiato nel film di Francesco Rosi (1997), intessuto di episodi memorabili; mentre diverso è l'uso che ne propone Davide Ferrario con Marco Belpoliti in 'La strada di Levi'. (...) A conferma che proprio nei grandi libri del passato si trovano indicazioni utili a capire il presente, 'La strada di Levi' viene ripercorsa per constatare i mutamenti intervenuti nel panorama sociopolitico dell'Europa tuttora sommersa. (..) Sulla scorribanda di Ferrario ci si rende conto di quanto poco sappiamo del mondo a suo tempo etichettato d'oltrecortina e quanto sarà lungo l'iter per diventare, di fatto e non solo di nome, cittadini europei. Chi ha ammirato Rigoni qualche settimana fa nell'intervista tv di Fabio Fazio lo rivedrà volentieri tirare le somme di una tremenda esperienza che per lui, tra i pochi alpini usciti vivi dalla ritirata di Russia, si è tradotta nel dovere della testimonianza. Un imperativo morale che Levi ha fraternamente condiviso per poi cedere di colpo all'angoscia di troppe ferite inguaribili. Tullio Kezich, Corriere della Sera, 19 gennaio 2007