- Venerdì 1, Sabato 2, Domenica 3 Giugno 2007
IL CONFORMISTA| Regia | Bernardo Bertolucci |
| Cast | Jean-Louis Trintignant (Marcello Clerici), Stefania Sandrelli (Giulia), Dominique Sanda (Anna Quadri), Pierre Clémenti (Lino Seminara), Enzo Tarascio (Prof. Quadri), Gastone Moschin (Manganiello), José Quaglio (Italo), Christian Alegny (Raoul), Milly (Madre Di Marcello), Yvonne Sanson (Madre Di Giulia), Benedetto Benedetti (Il Ministro), Giuseppe Addobbati (Padre Di Marcello), Fosco Giachetti (Il Colonnello), Gino Vagni (Luca), Christian Belegue (Gitano), Alessandro Haber (Cieco), Umberto Silvestri, Luciano Rossi, Marta Lado, Pasquale Fortunato (Marcello Bambino), Carlo Gadda, Franco Pellerani, Pierangelo Civera (Franz), Claudio Cappelli (Uno Degli Assassini), Antonio Maestri (Confessore) |
| Genere | DRAMMATICO |
| Anno | 1970 |
| Nazione | FRANCIA, GERMANIA OCCIDENTALE, ITALIA |
| Distribuzione | PARAMOUNT CIC |
| Durata | 108' |
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Soggetto: Alberto Moravia
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli Fotografia: Vittorio Storaro
Musiche: Georges Delerue
Montaggio: Franco Arcalli
Scenografia: Ferdinando Scarfiotti
Costumi: Gitt Magrini
Tratto da: ROMANZO OMONIMO DI ALBERTO MORAVIA
- Note - FRANCO ARCALLI E' ACCREDITATO AL MONTAGGIO COME KIM ARCALLI.
- PRESENTATO AL FESTIVAL DI BERLINO 1970 IN UN'EDIZIONE INTEGRALE DI 10' PIU' LUNGA.
-DAVID DI DONATELLO 1971 COME MIGLIOR FILM.
- La Storia
Nel 1937 il professore Marcello Clerici sposa Giulia. Mentre la donna è spensierata, allegra, senza problemi, lui - nonostante i buoni successi come docente di filosofia - è tormentato da un ricordo: a tredici anni ha ucciso Lino Seminara, un autista che ha tentato di avere con lui dei rapporti sessuali. Da allora Marcello ha abbandonato ogni pratica religiosa e si è legato strettamente con l'OVRA, la polizia segreta fascista. Per volontà dei suoi dirigenti di partito, deve compiere il viaggio di nozze a Parigi per introdursi nell'ambiente del professore Quadri, un docente universitario antifascista, per consentire al camerata Manganiello di predisporre l'assassinio di questi. Marcello e Giulia riescono ad entrare nelle grazie di Quadri e di Anna, la moglie di questi, una donna assai bella ma dalle anormali tendenze sentimentali, la quale si attacca morbosamente a Giulia pur non rifiutando la corte dello stesso Marcello. Una breve vacanza in Savoia di Quadri permette a Manganiello di predisporre un agguato. Al tragico appuntamento, tuttavia, Quadri non giunge solo: c'è anche Anna in macchina e ci sono anche Marcello e Giulia che li hanno seguiti con un'altra auto. Clerici e la moglie assistono così al massacro dei due coniugi parigini. Nel 1943, quando Roma esulta per la caduta del fascismo, Marcello incontra casualmente Lino Seminara, che in effetti non era morto. Sconvolto dall'incontro, Marcello scoppia in una reazione isterica e, denunciando alla folla l'abietto individuo, gli attribuisce tutte le colpe della propria vita.
- La Critica
Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, Il conformista propone i casi di un giovane, Marcello, che, ai tempi del fascismo, per vincere un complesso di anormalità, si inseriva a tal segno nel conformismo vigente da entrare addirittura a fan parte dello spionaggio a favore del regime, trasformandosi, alla fine, in un sicario. Nel romanzo, una monte sotto un bombardamento, giungeva a fargli espiare le sue colpe, nel film scritto e diretto da Bernardo Bertolucci, anziché la morte catarsi c’è una sorta di transfert che induce Marcello ad attribuire tutti i suoi crimini all’individuo, cui giovinetto, aveva dovuto il suo complesso di anormalità (emulandone, nello stesso tempo, anche i vizi).
Si potrà non accettare questa chiave freudiana, ma non si potrà non riconoscere a Bertolucci di averla innestata nel racconto con logica convincente, affidandola ad una costruzione narrativa di solida modernità. La vicenda, infatti, procede tutta ad incastro, immaginando che Marcello, innamoratosi della moglie di un antifascista destinato a morire per sua mano, la insegua in auto per sottrarla alla trappola pronta a scattare, alternando poi, a questa corsa, tutti quegli eventi, nel passato di Marcello, che lo avevano condotto lì in quel momento, in veste di assassino e, ancora una volta, in contraddizione con se stesso. Passato e presente si susseguono senza soluzione di continuità, con rapidità essenziale, i sentimenti di ieri illustrano quelli di oggi, le loro radici nelle inesplorate regioni dell’inconscio vengono alla luce con particolare nettezza e i personaggi, i loro gesti, i loro caratteri acquistano via via una corposità molto più salda che non nel testo originale.
La regia ha fatto il resto, ricostruendo con passione quasi archeologica l’Italia Anni Trenta, proponendola con gli occhi del postero e con la possibilità, quindi, di documentare non solo dall’esterno, ma anche dall’interno, la vecchiezza di quegli anni e la loro ormai remota lontananza da noi: con un gusto preciso per le architetture “littorie”, con una rievocazione sottile degli arredamenti stile Novecento, in un clima che riesce a suggerire la sensazione della ricerca del tempo perduto, ritrovato, senza nostalgia, nella teca di un museo.
Jean-Louis Trintignant ci dà di Marcello un ritratto esemplare. Al suo fianco Stefania Sandrelli, la moglie Giulia, Dominique Sanda, la moglie dell’esule.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 26 marzo 1971
L’angosciata parabola di una vita e di un’epoca sbagliate nel capolavoro di Bernardo Bertolucci. Raccontate con una sensualità che ha lasciato il segno nel cinema del nostro tempo.
Anni Trenta. Il lampeggiante neon di un’insegna esterna illumina il letto sul quale il personaggio di Jean-Louis Trintignant, Marcello, attende. Il telefono suona. Risponde. Accanto a lui il corpo nudo di Stefania Sandrelli, sua moglie Giulia. Fuori, l’alba umida di una Parigi incolore. Marcello sale su un’auto e inizia il suo lungo viaggio verso il compimento di un mostruoso rito che dovrà concedergli l’illusione di poter cancellare gli incubi del passato. Un viaggio che si frantuma, come uno specchio che scivola di mano, nelle immagini di una vita spesa male, nelle esasperate prospettive e negli spazi desolati dell’architettura metafisica di un’Italia volgare e falsamente ingenua. Un racconto scandito dalla sensualità che solo la macchina da presa di Bernardo Bertolucci sa creare. La mobilità del suo occhio che spia Giulia mentre in casa balla, accompagnata dall’irreale movimento della luce filtrata dalle persiane. E il volto di Dominique Sanda, che ricorre ossessivo e fugace sui corpi di donne diverse, prima di trovare la sua collocazione nel personaggio di Anna, moglie dell’antifascista Quadri che Marcello deve uccidere. Il cappello da autista che cadendo scopre i lunghi capelli di Pierre Clémenti. La carezza spiata che Anna posa sul corpo nudo di Giulia. L’ombra di Marcello che la luce di una finestra cancella. E ancora l’offerta del seno nudo di Anna che implora senza illusioni: “Marcello, non farci del male” e il blu, al di là delle finestre, di una notte inutilmente respinta, che nel finale inghiottirà il protagonista.
Il giovane Bertolucci, 28 anni, ricrea un mondo che non ha conosciuto, ispirandosi al cinema che ama. E si serve di altrettanti giovani collaboratori, come lo scenografo Ferdinando Scarfiotti e il direttore della fotografia Vittorio Storaro che, assieme al montatore Franco “Kim” Arcalli, danno vita a un pull creativo che lascia un segno indelebile nel nostro cinema. Come indelebile è l’immagine delle due donne che ballano assieme un tango e che potrebbe rappresentare l’essenza stessa del Cinema: quella sensualità, appunto, che è tutt’uno con la materia di cui sono fatti i nostri sogni.
Claudio Masenza, Ciak
Ispirato al meno fortunato fra i romanzi di Moravia, Il conformista conferma insieme a Strategia del ragno, recentemente presentato alla Tv, l’evoluzione positiva di un giovane regista, Bernardo Bertolucci, che nelle prime prove(La commare secca, Prima della rivoluzione) aveva lasciato a desiderare, e con Partner, sacrificando al mito dell’avanguardia, aveva raggiunto il massimo grado di incomunicabilità nei confronti d’un pubblico alieno da sperimentalismi intellettualistici. Tutto bagnato da una luce obliqua che mette a nudo le piaghe di un corpo sociale putrescente, il nuovo è infatti un film che pur giovandosi di un modernissimo incastro di passato e presente recupera la struttura classica come modello di saldezza di pensiero e d’unità d’ispirazione.
Rielaborando con grande equilibrio la materia di Moravia (è significativo il rifiuto del finale moralistico), Bertolucci racchiude in un torbido intrigo di viltà, di violenza e di insana sensualità la tragica dimensione di quei momenti della storia in cui i deboli sono aiutati a essere iniqui. Scegliendo uno stile di così secca oggettività da raggiungere esiti surreali, inteso a cogliere il nocciolo crudo dei caratteri e delle situazioni e insieme ad evocarne l’alone ambiguo con un magico gioco di atmosfere, Bertolucci suggerisce un giudizio morale sui personaggi e sull’epoca che può lasciare un poco perplessi ma al quale non si può negare una ferma coerenza, così stretto è il rapporto fra i contenuti e i modi espressivi. L’opera si colloca perciò fra le più suggestive e inquietanti interpretazioni del decadentismo europeo venuteci da una generazione di artisti che senza aver conosciuto di persona il fascismo ne ricostruisce i fradici connotati sul mondo da esso prodotto.
Il conformista, peraltro, non è soltanto un’opera che dietro la facciata romanzesca nasconde un chiaro impegno ideologico. Riassumendo l’aria mefitica del tempo in una recitazione isterica (al grigiore del suo personaggio Trintignant dà qui sbalzi prodigiosi), in scenografie d’allucinante grottesco, in una fotografia d’effetti morbidi e morbosi, Bertolucci attesta che la sua squisita sensibilità ormai si sposa a una tecnica di alta maturità, il cui segno più felice è dato dalla scioltezza dei movimenti di macchina e dalla densità dell’immagine.
Non diremmo che, considerato sinora, soprattutto all’estero, uno degli alfieri dell’avanguardia italiana, il giovane regista abbia capitolato di fronte al cinema commerciale. Il film si inserisce al contrario, come Strategia del ragno, in una ricerca sul fascino lirico delle rovine borghesi e degli sterpeti dell’inconscio condotta quasi fin dagli inizi, e resa finalmente afferrabile da un linguaggio di immediata percezione, il quale affida alla virtù evocativa delle figure e dei paesaggi, fissati in un clima sfatto ed arcano (pensiamo al blu che tinge Parigi, al profumo di foglie marce), il privilegio di esprimere un feroce disprezzo per ogni modo di vivere che coltivi nelle nazioni la gramigna delle nevrosi e il seme del delitto. Lungi dal pretendere di documentare con ambizioni di storico la società italiana degli anni Trenta (ma anche su questo versante il film ha invenzioni assai felici), Bertolucci rappresenta soprattutto l’idea che egli si è fatta del fascismo quotidiano, e la analizza, frugando in se stesso, con uno stile personale in cui la nausea e il sarcasmo, seppure non sempre fusi nei dramma, sono decantati da un’eleganza figurativa che cala tutto il racconto in una urna di repellente languore. E ovvio che Bertolucci, militante nella sinistra, coinvolge tutta la classe borghese nella sconfitta del suo Marcello Clerici, e tuttavia il film sopravanza la polemica politica: la forza espressiva del borghese Bertoiucci provoca un ribrezzo del male per molti versi analogo a quello prodotto nel romanzo del suo maestro Moravia.
La qualità eccellente del film (indubbiamente fra i migliori della stagione) è comprovata dalla superba prova degli interpreti (Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda), tutti splendidamente fusi, ciascuno con propri caratteri complementari, in un affresco d’epoca che ricava riverberi struggenti anche dalla fotografia di Vittorio Storaro, dall’attenta ricostruzione scenografica di Ferdinando Scarfiotti e dalla musica di Georges Delerue.
Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 30 gennaio 1971
Questo film è una temperatura delle tinte, delle atmosfere. È un magnifico affresco su quel tempo particolare di una società che è la crisi di un regime. Gramsci scriveva nei Quaderni del carcere: dell’emergere, nel crepuscolo delle dittature, di «fenomeni morbosi» che attraversano non solo il corpo sociale collettivo, ma anche la coscienza degli individui. Il conformista è uno dei rari casi di film più affascinanti del romanzo che li ha generati. Qui, attraverso il personaggio di Jean-Louis Trintignant, un assassino che non lo è ma lo diventa, un viscido opportunista, disposto a vendere gli affetti più cari, si entra in quella temperatura della storia in cui i sentimenti, i valori, l’etica non contano più nulla. Il film, come i migliori di Bertolucci, è segnato da un colore delle immagini, voluto da Storaro, che assomiglia all’autunno. Autunno delle ragioni dell’esistenza travolte nel grande disordine in cui le gerarchie vengono rifatte e al primo posto, improvvisamente, c’è la salvaguardia della propria vita. L’atmosfera è quella rarefatta e letteraria del grande romanzo italiano. Bertolucci girerà lo splendido Strategia del ragno, e quel capolavoro che, per me, è Novecento. Il fascismo gli appariva fine e inizio. Fine di un incubo, inizio di una speranza. Un grande film. Da non dimenticare, specie oggi.
Walter Veltroni, da Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994
- Il Regista
Nasce a PARMA (Italia) il 16-03-1941. Figlio del poeta e critico letterario Attilio e di Ninetta Giovanardi figlia a sua volta di un ingegnere di Parma costretto ad emigrare in Australia alla fine dell' 800 per motivi politici. La sua passione per il cinema lo spinge giovanissimo a girare cortometraggi in 16 mm (Morte di un maiale e La teleferica), girati nella casa di Casarola sull'Appennino emiliano, prima che il padre Attilio, lo presenti a Pier Paolo Pasolini che lo vuole come assistente nel suo film "Accattone" del 1961. Nel 1962 vince il Premio Viareggio opera prima per il libro di versi "In cerca del mistero" ed esordisce alla regia con "La Commare Secca" a cui fa seguito nel '64 "Prima della Rivoluzione" che gli dà grande notorietà a soli 23 anni. Tra i suoi film più famosi ricordiamo "Il Conformista" (1970) considerato da molti il suo capolavoro. Nel '72 è la volta dell' "Ultimo Tango a Parigi", per cui ottiene una nomination all'Oscar ma che scatena terribili polemiche perchè considerato osceno. Per la prima volta nella storia del cinema il film viene mandato al rogo con una sentenza della Cassazione e bisognerà aspettare il 17 febbraio 1987 per ottenere una sentenza di "non oscenità" e averne una riedizione. Con 14 milioni di spettatori tra le due uscite è in assoluto il film italiano di maggior successo. Con "Novecento", Bertolucci si cimenta in una metafora storica di taglio epico, ripercorrendo 45 anni di storia e lotte sociali attraverso il rapporto tra due ragazzi, nati a cavallo del nuovo secolo nella stessa casa, ma di due differenti classi sociali. L'altro suo grande successo è "L'Ultimo Imperatore" (1987), vincitore di ben nove Oscar: regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, musica, scenografia, costumi e sonoro. Nel film Bertolucci ripercorre la vita dell'ultimo imperatore cinese, Pu Yi, che termina i suoi giorni come giardiniere in una Pechino post-rivoluzionaria. Regista prolifico (14 film in 38 anni) è stato capace di spaziare dai film d'amore (Prima della rivoluzione, Ultimo tango a Parigi, Il tè nel deserto, L'assedio) agli esercizi di stile (La commare secca, Partner), dall'epica (Novecento, L'ultimo imperatore) alla parabola sociale (Il conformista, La strategia del ragno, La luna, La tragedia di in uomo ridicolo). Ha compiuto un viaggio iniziatico nel Buddismo (Piccolo Budda) e nell'educazione sentimentale di una ragazza (Io balla da sola). Ha un solo fratello, Giuseppe, anche lui regista, e un cugino, Giovanni, produttore. Anche la moglie Claire Peploe, inglese, è regista mentre il fratello della moglie, Mark Peploe, è sceneggiatore. La moglie del fratello, Lucilla Alvano, è docente di cinema.