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  • Sabato 19, Domenica 20 Maggio 2007
  • Ore 16:30 - 20

LA DOLCE VITA

RegiaFederico Fellini
CastMarcello Mastroianni (Marcello Rubini), Anita Ekberg (Sylvia), Anouk Aimée (Maddalena), Yvonne Furneaux (Emma), Magali Noël (Fanny), Alain Cuny (Steiner), Annibale Ninchi (Padre Di Marcello), Walter Santesso (Paparazzo), Valeria Ciangottini (Paola), Audrey McDonald (Jane), Jacques Sernas (Il Divo), Lex Barker (Robert), Laura Betti (Laura), Enzo Cerusico (Fotografo), Adriano Celentano (Cantante Rock), Riccardo Garrone (Riccardo), Nadia Gray (Nadia), Renee' Longarini (Signora Steiner), Gianfranco Mingozzi (Il Pretino), Enzo Doria (Fotografo), Giulio Paradisi (Fotografo), Polidor (Il Clown), Harriet Medin (Edna, Segretaria Di Sylvie), Giulio Girola (Dr. Lucenti), Carlo Di Maggio (Toto' Scalise, Produttore), Else Knorr, Christine Graefeck, Angela Giavalisco (Donna All'Aeroporto), Marta Melocco, Paola Petrini, Anna Maria Salerno (Amica Della Prostituta), Maurizio Guelfi (Giornalista), Winie Vagliani, Giuseppe Addobbati, Romolo Giordani (Uomo Al Castello), Ada Passeri (Donna Nella Sequenza Del Miracolo)
GenereDRAMMATICO
Anno1960
NazioneFRANCIA, ITALIA
DistribuzioneCINERIZ (1960/1980)-CINETECA DI L'AQUILA
Durata180'
LA DOLCE VITA
 
oggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Pier Paolo Pasolini, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Pier Paolo Pasolini, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Fotografia: Otello Martelli
Musiche: Armando Trovajoli, Nino Rota
Montaggio: Leo Catozzo
Scenografia: Piero Gherardi
Costumi: Piero Gherardi
  • Note - COLLABORAZIONE ALLA SCENEGGIATURA: BRUNELLO RONDI.
    - ASSISTENTE ALLA FOTOGRAFIA: ENNIO GARNIERI.
    - PREMI:(1960) DAVID DI DONATELLO PER MIGLIORE REGISTA A FEDERICO FELLINI, PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES (MIGLIOR FILM), FIPRESCI AL FESTIVAL DI ACAPULCO, NASTRO D'ARGENTO PER MIGLIOR SOGGETTO ORIGINALE, ATTORE PROTAGONISTA (MARCELLO MASTROIANNI) E MIGLIOR SCENOGRAFIA.
  • La Storia
    Marcello è un giornalista che scrive per un rotocalco articoli mondani, in cui figurano fatti e personaggi, noti nell'ambiente di Via Veneto. L'attività professionale lo ha portato ad adottare un sistema di vita molto simile a quello dei suoi personaggi. Così egli passa con indifferenza da una relazione all'altra: mentre convive con Emma non rinunzia ad altre avventure. Ha una temporanea relazione con Maddalena, giovane ricchissima, annoiata della vita, sempre in cerca di sensazioni. L'arrivo di Sylvia, celebre attrice americana, gli fornisce occasione di nuove esperienze sentimentali. Per dovere professionale Marcello si occupa di una falsa apparizione della Madonna, inventata da due bambini dietro istigazione dei genitori. Partecipa ad una festa organizzata da alcuni membri della nobiltà che gli dà modo di accertare il basso livello morale di quell'ambiente. Marcello è amico di Steiner, un intellettuale che riunisce nel suo salotto artisti e letterati. La felice vita familiare dell'amico lo impressiona favorevolmente perché accarezza l'idea di sposare Emma per iniziare con lei un'esistenza più regolare e tranquilla. Ma qualche tempo dopo Marcello apprende che Steiner, in una crisi di sconforto, si è ucciso, dopo aver soppresso i suoi due bambini. Per superare l'orrore destato in lui dal tragico fatto, Marcello, si getta, senza alcun ritegno, nel turbine della vita mondana. Dopo un'orgia, che ha lasciato in tutti tedio e disgusto, Marcello incontra per caso sulla spiaggia una giovinetta dallo sguardo limpido e innocente, e cerca invano di capire quanto ella gli dice; un canale li divide e non afferra le sue parole, perciò segue i suoi squallidi amici.
  • La Critica
    Come cinegiornale, il film è splendido: divertente e tragico, mosso e svariante. E' nella sua estrema libertà di composizione, ricchissimo: senza principio né fine, così stratificato, è lungo tre ore e potrebbe durarne due o sei. Immagine del caos, sembra caotico ed è calcolatissimo; e il suo linguaggio è tenero e aggressivo, smagliante e profondo. Infallibile, viene la tentazione di dire: quasi che il dinamico e pittoresco barocchismo di Fellini avesse raggiunto - non sembri una contraddizione - un classico rigore.
    Morando Morandini, La Notte, 6 febbraio 1960

    Pur tenendosi costantemente a un alto livello espressivo, Fellini pare cambiar maniera secondo gli argomenti degli episodi, in una gamma di rappresentazione che va dalla caricatura espressionista fino al più asciutto neorealismo. In generale si nota un'inclinazione alla deformazione caricaturale dovunque il giudizio morale si fa più crudele e più sprezzante, non senza una punta, del resto, di compiacimento e di complicità, come nella scena assai estrosa dell'orgia finale o in quella della festa dei nobili, ammirevole quest'ultima per sagacia descrittiva e ritmo narrativo.
    Alberto Moravia, L'Espresso, 14 febbraio 1960

    C'è una certa monotonia, sia pure assai colorita, di tipi, di scorci, di accenti. Se codesta monotonia fosse stata soltanto apparente, e allora calibrata in un suo ritmo rigoroso, dalla sordina sempre più ossessiva, tutto ciò avrebbe potuto avere un'altra sua non meno straordinaria efficacia. Così, invece, i tipi si stingono talvolta l'uno sull'altro, o si ricalcano. Dovrebbe giustificarli un loro minimo comun denominatore; ma questo è così esplicito che, lungo il cammino, per forza di cose si attenua, e si fa risaputo.
    Mario Gromo, La Stampa, 6 febbraio 1960

    Il film - uno dei film più terribili, più alti. e a modo suo più tragici che ci sia accaduto di vedere su uno schermo - è la sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni della nostra epoca, e il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medioevali, balla con la Morte e non la vede, è la "commedia umana" di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in "mostri" senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene.
    Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 5 febbraio 1960

    E sbigottiamo anche noi. Due volte. La prima perché non è possibile affacciarsi senza un brivido su questa babilonia disperata che Fellini ha dipinto senza abbandonarsi a sciocchi anatemi, senza volerle infliggere altra punizione che quella di vedersi allo specchio in tutti i più minuti particolari. La seconda perché siamo di fronte a un cinema altissimo per originalità di linguaggio, aggressività di stacchi e cadenze, incisiva compiutezza di immagini; un cinema che, superando i confini riconosciuti, ci mostra risultati la cui vastità era nota finora solo alla grande letteratura e alla grande musica (a proposito: magnifico per incalzante funzionalità il commento musicale di Nino Rota). Guglielmo Biraghi, Il Messaggero, febbraio 1960

    Visto a distanza, col senno del poi, 'La dolce vita' fa figura di spartiacque nel panorama del cinema italiano del dopoguerra. In un certo senso, anzi ne segna la fine, e l'inizio di una nuova epoca. La sua importanza e il suo significato possono essere riassunti in questi punti: 1) rappresentò, nella carriera del suo autore, l'approdo alla maturità espressiva; 2) contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni sessanta; 3) ripropose, come già avevano fatto Rossellini prima e Antonioni poi, quel problema del neorealismo e del suo superamento che in quegli anni costituì la cattiva coscienza - e, in qualche caso, il tormento - della critica cinematografica
    italiana; 4) segnò una svolta fondamentale nella storia della libertà d'espressione in campo cinematografico.
    Morando Morandini, in Storia del cinema a cura di Adelio Ferrero, Marsilio, 1970

    C'è dunque una differenza profonda tra 'La dolce vita' e le altre opere di Fellini, ma è una differenza di quantità, non di qualità. Vi appaiono personaggi di tragedia, vi si agitano passioni dalle proporzioni inconsuete che Fellini non ci aveva mai raccontato, ma a cosa porta tutto questo accumularsi di materiali nuovi? Sembra che saggiando fino in fondo - su misure mai prima raggiunte - la inconsistenza (la «vanità») della realtà cosiddetta vera (l'idolo dei realisti, a cui tutto andrebbe sacrificato), Fellini voglia, una volta per tutte, sgombrare il campo dagli equivoci e darci la risposta che più gli sta a cuore, offrirci in forma definitiva, lacerante e incontrovertibile, la sua dichiarazione di fede. La realtà è questo vuoto, questo nulla, questa materialità vacua. Quindi la scintilla del sentimento, la vitalità dello spirito, il vero esistere non può che scoccare nel momento della sconfitta della realtà stessa. La vita dell'anima si accende come un palpito nel momento in cui si rimpiange - attraverso la documentazione agghiacciante della inconsistenza del reale - un bene perduto (Zampanò); ma si accerta ancor più angosciosamente quando si è giunti attraverso l'esperienza «radicale» della materialità, al fondo dell'abiezione. Allora la vera realtà - il trascendente (finale di La dolce vita) - appare come una folgorazione; irraggiungibile e incomunicabile, ma appare.
    Carlo Lizzani , Il cinema italiano 1895-1979, Editori Riuniti, 1980
  • Il Regista
    Nasce a RIMINI (Italia) il 20-01-1920. Muore a ROMA il 31-10-1993. Suo padre, Urbano, era emiliano, mentre sua madre era nativa di Roma. Ha un fratello, Riccardo, nato nel 1921 e una sorella, Maddalena. La sua fanciullezza è avvolta in un velo di mistero e di leggenda: dall'epoca della sua fuga di casa all'età di sette anni per raggiungere il famoso clown Pierino, al suo unirsi ad una compagnia di artisti di varietà, e a una infinità di altri episodi suggestivi tra la realtà e la fantasia. Dopo l'esame di maturità, nell'estate del 1938, si trasferì nella Capitale. Iniziò la sua attività di giornalista pubblicando disegni ed elzevirini tra il comico e il sentimentale sul giornale "Marc'Aurelio" e scrivendo scenette per la radio e per il comico Macario. Nel 1943 incontrò e sposò Giulietta Masina. Quando gli alleati entrarono a Roma, aprì un negozio di vendita per le sue caricature, e fu sì che Roberto Rossellini ebbe l'opportunità di incontrarlo e di richiedere la sua collaborazione per la sceneggiatura di "Roma, città aperta". Scrisse inoltre la sceneggiatura di "Europa '51"sempre per Rossellini, e per molti altri registi, quali Pietro Germi ("In nome della legge" e "Il cammino della speranza") e Lattuada, con cui diresse "Luci del varietà" nel 1950, riportando sullo schermo il periodo della sua giovinezza, quando si accompagnava ad un gruppo di artisti di varietà. Debuttò nella regia nel 1952 con "Lo sceicco bianco", presentato al Festival di Venezia lo stesso anno. Come era nelle previsioni il film fu un totale insuccesso di critica e di pubblico. Nonostante ciò Fellini mise in programma il suo secondo film "I vitelloni", che l'anno successivo vinse il Leone d'Oro al Festival di Venezia. La pellicola riscosse un grandioso successo e il giovane regista fu addirittura sommerso dalle offerte; ma come aveva ignorato le critiche aspre del primo film, ignorò anche le lodi del secondo e si accinse a preparare nel 1954 il suo nuovo film "La strada", la meravigliosa favola tra il rude Zampanò (Anthony Quinn) e la dolce Gelsomina (Giulietta Masina), con cui vinse un primo Premio Oscar per il miglior film straniero nel 1956 (il secondo lo vinse nel 1957 con "Le notti di Cabiria" e un terzo nel 1963 con "Otto e mezzo"). Nel 1955 girò "Il bidone" con l'attore americano Broderick Crawford e nel 1956 "Le notti di Cabiria", presentato nel 1957, che narra le vicende della vita di una prostituta, ambientato nella squallida periferia di Roma, interpretato magistralmente da Giulietta Masina. Ma fu nel 1960 che il regista ricevette il più ambito riconoscimento in tutto il mondo con il film "La dolce vita". Nel 1963 fu la volta di "Otto e mezzo", interpretato da Marcello Mastroianni in cui si dice abbia riportato sullo schermo il personaggio di se stesso. Il titolo stava ad indicare che questo era l'ottavo film e mezzo che il grande regista aveva creato. Bisogna includere l'episodio "Le tentazioni del Dottor. Antonio", inserito nel film "Boccaccio '70 "per raggiungere il totale di nove pellicole. Nel 1965 fu la volta di "Giulietta degli spiriti" cui seguì un episodio intitolato "Toby Dammit" nel film "Tre passi nel delirio", "Fellini-Satyricon " nel 1969, "I clowns", un film documentario realizzato per la televisione italiana nel 1970, "Roma" (1972), un fantastico e appassionato omaggio del regista alla tanto amata Città Eterna. Nel 1973 dedicò ai ricordi d'infanzia, e alla città di Rimini, uno dei suoi capolavori, "Amarcord", che in riminese vuol dire "Mi ricordo". Il film gli fece guadagnare il quarto Oscar. Nel 1976 diresse un funereo film intitolato "Il Casanova di Federico Fellini". Nel 1979 tornò a lavorare per la Tv con "Prova d'orchestra", un'opera molto stimolante dal punto di vista politico, e in qualche modo anticipatrice della crisi degli anni Novanta. Nel 1980 Fellini diresse "La città delle donne" e nel 1983 "E la nave va!". Nel 1985, con "Ginger e Fred", mise alla berlina il mondo delle Tv commerciali. Dopo "Intervista" (1987), diresse il suo ultimo film, "La voce della Luna", ricco di spunti di meditazione sulla dimensione spirituale della vita. Per tre anni fu dimenticato dalla macchina traballante del cinema italiano e dalla distrazione dei produttori pubblici e privati. Nel 1992 ricevette a Hollywood il suo quinto Oscar, alla carriera. Quando morì, il 31 ottobre 1993, aveva in animo di realizzare un film sulla figura dell'attore: forse con Mastroianni, forse con Villaggio. Tra i progetti incompiuti, "Il viaggio di G. Mastorna". (Sergio Trasatti) RASSEGNA DELLA STAMPA ESTERA "'Con Fellini se ne va tutta un'era'. Il mondo della cultura sa che con Fellini scompare un'intera era della storia dell'Italia e dell'Europa che lo stesso Fellini ha ritratto in film quali 'La strada', 'La dolce vita', '8 e ½', 'Amarcord' e 'La nave va'. (?) E' morto l'uomo che ha inventato l'Italia. Con lui scompare tutta un'epoca e un modo di fare il cinema. Con i suoi cinque Oscar Federico Fellini è probabilmente non solo il regista ma l'intellettuale e la figura umana più conosciuta, amata e rispettata in tutto il mondo". ('El Pais' - Madrid - 1 novembre 1993) "'Fellini, la fiera dell'immaginario'. Se con il tempo la sua criniera si è sfoltita ai mille venti favorevoli e contrari delle sue passioni il leone è rimasto giovane (?). Colui che ha scritto a lettere d'oro la favolosa leggenda del cinema italiano. Ma sempre la sua giovinezza lo ha ossessionato e così lui ricorreva senza tregua a reminiscenze affascinanti: il collegio religioso dei suoi primi anni, l'harem dove avrebbe voluto riunire tutte le sue donne, reali o immaginarie". ('Le Figaro' - Parigi - 1 novembre 1993) "Ciao Federico nessun altro regista ha saputo mettere sullo schermo se stesso e la propria visione del mondo più di Fellini (...). le sue perle venivano veramente da quella preziosa ostrica che egli era (...). Il mondo di Fellini raramente era realistico. Ma i suoi melodrammi e fantasie, con la loro galleria di particolari aspri e di racconti, a volte senza una struttura, erano uno scenario onorico straordinariamente potente, come se per lui fossero più reali di qualsiasi verità mondana. Mescolava l'immaginario delle gente come pochi e lo faceva con un tale amore e maestria spesso sorprendenti". ('The Guardian' - Londra - 1 novembre 1993) "La gioia del circo e la Grande Arte Come Orson Welles, forse suo unico eguale nel cinema occidentale, Fellini credeva che i film fossero lo strumento del mago dove anche la palese conoscenza del trucco faceva parte dell'incanto. Passò gran parte della sua carriera artistica cercando di rimuovere le barriere che ci sono tra un'arte e l'altra. Perché per lui il cinema non era semplicemente cinema; era teatro, vaudeville, opera, circo e fiera. Il suo gusto estetico è stato a volte discusso ma mai la misura o l'immensità della sua voglia estetica. E' stato, senz'altro, uno dei pochi registi dell'Europa post-bellica in grado di fare dei film secondo i propri schemi e raggiungere una vasta popolarità dall'una all'altra sponda dell'Atlantico". ('Financial Times', 1 novembre 1993) "'La vetta dell'arte moderna'. Fellini, uno dei pochi che hanno fatto del cinema una parte dell'arte moderna; il solo la cui immensa opera può essere messa sullo stesso piano di quella di Picasso e di Stravinski (...). ''La strada', 'La dolce vita', 'Amarcord', 'Satyricon', 'Casanova', 'Prova d'orchestra', 'La città della donne', 'E la nave va' sono film che gettano uno sguardo magicamente immaginativo e, allo stesso tempo, terribilmente lucido sul mondo moderno, sulla sua grottesca sessualità, il suo abbrutimento, il suo esibizionismo (...). I film di Fellini sono il punto più alto dell'arte moderna". (Milan Kundera, 'Le Nouvel Observateur' - Parigi - 1 novembre 1993) "Questo personaggio rotondo, massiccio, che si trasformava in mago per non distrarre i suoi ammiratori, riusciva ad esprimere la sua verità sul grande schermo, ritornando senza sosta alla nostalgia della sua infanzia e dell'innocenza perduta, alla sua rappresentazione nevrotica e brillante della donna idealizzata - madre e sposa - e della donna nevrotica, femmina dalle forme mostruose o puttana affamata, di un uomo continuamente spinto alla conquista amorosa che scopre il suo vuoto esistenziale... Il suo stile rigoglioso, delirante, monumentale è stato quello di un poeta che non ha mai smesso di sognare e di rapportarsi con il mondo e con se stesso". ('Le Monde' - Parigi - 1 novembre 1993) "I suoi film sono cosparsi di arteficio, maschere, travestimenti e personaggi del circo, di volti impressionati, di rococò e bizzarro, il prisma attraverso cui guardava la sua vita... e il mondo che ci presentava. Un luogo la cui immensità spettacolare, artificialmente costruita in studio, ci faceva vedere la verità interiore di ciò che si pensa debba essere esteriormente il mondo reale che è in effetti un circo. L'idea di tutti i film di Fellini è nata nella mente del Maestro, nelle sue memorie, nei sogni, nelle fantasie e nelle favole". ('Herald Tribune' 1 novembre 1993)


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