LUNEDì 26 giugno
ore 21.30
Chiostri di S.Corona - Vicenza

CAFE SOCIETY locadina

Regia
Woody Allen
Genere
COMMEDIA
Durata
96'
Anno
2016
Produzione
GRAVIER PRODUCTIONS
Cast

Jesse Eisenberg - Bobby Dorfman, Kristen Stewart - Vonnie, Jeannie Berlin - Rose Dorfman, Steve Carell - Phil Stern, Blake Lively - Veronica, Parker Posey - Rad Taylor, Corey Stoll - Ben Dorfman, Ken Stott - Marty Dorfman, Anna Camp - Candy, Stephen Kunken - Leonard, Sari Lennick - Evelyn Dorfman, Paul Schneider - Steve, Anthony DiMaria - Howard Fox, Craig Walker - Moe, Michael Elian - Murray, Saul Stein - Danny, Edward James Hyland - Bill, Paul Schackman - Al, Eric Rizk - Frank, Penelope Bailey - Sig.ra Diamondstein, Raymond Franza - Sam, Sebastian Tillinger - Craig, Steve Rosen - Louis, Shae D'lyn - Carlotta, Tony Sirico - Vito, Max Adler - Walt, Lev Gorn - Eddie Diamondstein, Don Stark - Sol, Armen Garo - Marvin, Gregg Binkley - Mike, Bettina Bilger - Gloria, Tess Frazer - Jane, Richard Portnow - Walt, Taylor Carr - Rosalin

Trama

New York, 1930. Bobby Dorfman ha sempre più difficoltà a destreggiarsi tra i genitori litigiosi, il fratello gangster e la gioielleria di famiglia. Bobby, infatti, sente che ha bisogno di un cambiamento radicale e decide di tentare la fortuna a Hollywood. Si trasferisce così a Los Angeles, dove trova un impiego come fattorino grazie al potente zio Phil, agente cinematografico, si innamora immediatamente di Vonnie, una ragazza bella e divertente, purtroppo già fidanzata, e stringe amicizia con Rad, proprietaria di un'agenzia di modelle, e con suo marito Steve, un ricco produttore. Quando Vonnie viene lasciata dal fidanzato, Bobby, che si era già rassegnato a dividere con lei un semplice rapporto di amicizia, vede l'opportunità di cambiare finalmente la sua vita, ma alla proposta di sposarlo e trasferirsi a New York, la donna seppur tentata, manda all'aria i piani. Bobby con il cuore in frantumi, torna a New York dove inizia a lavorare per il fratello Ben, che nel frattempo gestisce un night club. Bobby mostra un talento naturale come impresario, e promuove rapidamente il club, ribattezzato con il nome "Les Tropiques", rendendolo uno dei più frequentati della città. Rad gli presenta la bella e mondana Veronica e lui la corteggia Café Society assiduamente. Anche se il suo interesse per Vonnie non è mai svanito, quando Veronica gli rivela di essere incinta, si sposano ed iniziano una vita veramente felice insieme. Tutto sembra andare a gonfie vele per Bobby fino alla notte in cui Vonnie si presenta a "Les Tropiques"...

Critica

"Ci sono registi che l'età rende più riflessivi e pacati, come se l'esperienza li consigliasse a prendersi il tempo necessario per il loro film. L'ottantenne Woody fa proprio il contrario. Non solo sgrana un titolo dopo l'altro: pur con i suoi pregi (spirito, romanticismo, ottima équipe, bel cast) 'Café Society', più che una storia, sembra il riassunto di una storia. L'impressione è enfatizzata dalla voce narrante che lo traversa tutto, mentre gli episodi si affastellano, tra brevi flashback e drastici tagli temporali. I personaggi sono troppi, con l'effetto di dividere il film quasi in due parti: la love-story di Bobby e Vonnie da una, dall'altra quella della famiglia del ragazzo, piena di tipi coloriti incluso un fratello boss della mala. Come al suo solito - ma anche un po' di più - Woody inzeppa la narrazione di aforismi e frasi lapidarie, che entreranno di sicuro nei prossimi libri di memorabilia a lui intitolati. (...) Cast ottimo e abbondante nel film più corale che Allen abbia diretto negli ultimi anni; soprattutto quello femminile, con Kristen Stewart, Blake Lively, Parker Posey. Anche a questo proposito, però, una riserva s'impone. Come già parecchi altri attori prima di lui, Jesse Eisenberg è un po' un alter ego dello stesso Allen, in un personaggio con lo stesso tipo di humour e le stesse titubanze del Woody giovane. Però ha tutt'altro tipo di faccia e non risulta molto credibile quando pronuncia quel tipo di battute (...) che al giovane Woody - bruttino, un po' imbranato e un po' sfacciato - venivano invece benissimo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 29 settembre 2016)

"E ora non dite che Woody Allen fa sempre lo stesso film. Prima o poi ci siamo cascati tutti ed è vero che se sforni un titolo l'anno non sempre sono capolavori. Però con 'Café Society' il grande newyorkese torna davvero alla sua forma migliore, quella di grandi film 'al passato' come 'Radio Days', 'Zelig' o 'La rosa purpurea del Cairo'. E rimescolando il solito mazzo di carte infallibili comunica un senso di rimpianto per un'epoca irripetibile che non sfocia nell'elegia solo perché è e resta una commedia. C'è il jazz, c'è l'America anni 30, c'è una famiglia ebrea soffocante e insieme adorabile (Woody ormai guarda alle cose della vita con la serena indulgenza dei suoi 80 anni), ci sono le trappole del destino e i dilemmi della morale. Insomma il meglio dell'Allen di oggi e di ieri, in un film ambientato 80 anni fa ma più vicino di tanti lavori al presente. Jesse Eisenberg, sempre più sorprendente (...) film tutto sotto-traccia, che lascia intendere sempre più di quanto spieghi. Il tono infatti è brillante. Le conseguenze saranno drammatiche, anche se pochi lo sapranno. Dettaglio chiave: nulla di ciò che accade è di per sé comico, è lo sguardo di Woody, cioè il nostro, a cogliere l'ironia involontaria e a volte tragica delle situazioni. (...) Perché «la vita è una commedia scritta da un sadico», come dice Bobby, e il massimo sadismo è non darle nemmeno un vero finale lasciando ognuno nel suo brodo. È il lato "filosofico" dell'ultimo Allen, esplicito in film come Irrational Man, e sapientemente fuso con l'intreccio in affreschi più ampi come questo. Anche se qui la vicenda centralesi sfrangia in una serie di sottotrame solo apparentemente secondarie. (...) 'Café Society' corre verso un epilogo di gusto molto contemporaneo che lascia tutti sospesi sull'orlo dell'abisso, personale e globale (gli anni 30 volgono al termine, la guerra è alle porte). Suprema ironia, questo film sulle Majors di una volta è prodotto da Amazon e dominato da un attore lanciato dal ruolo di Mark Zuckerberg. Ogni film in costume parla del presente." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 settembre 2016)

"Con 'Café Society', Woody Allen ci regala un film (...) che è un puro distillato del suo cinema: amore e nevrosi, New York contro Los Angeles, sguardo ironico-nostalgico sulla mitica Hollywood degli anni Trenta, ritratto umoristico di una tipica famigliona ebraica, etica e compromesso, fede a ateismo, crimini e misfatti. Solo che ora l'ottantenne cineasta sembra affrontare il sempiterno rovello del dubbio e le interne contraddizioni dell'essere (e del non essere) con un più stoico atteggiamento di accettazione. (...) Narrato dalla voce fuori campo di un onnisciente osservatore (nell'originale Woody stesso), il film procede sul filo degli eventi a passo svelto, intonandosi al ritmo swing della colonna sonora; mentre gli interpreti incarnano i personaggi con perfetta misura e Vittorio Storaro gioca sul digitale per imprimere alla fotografia un algido fascino retrò. Si può preferire l'iper-nevrotico battutista degli esordi, oppure il cineasta più equilibrato e complesso della maturità, a questo Allen della terza età che, con piena padronanza formale, riflette sull'imponderabile mistero della vita (e della morte), muovendo i protagonisti come ideali marionette e ricorrendo al motto di spirito per esorcizzare il dramma. Ma 'Café Society' è comunque una commedia da non perdere: divertente e amara, leggera e inquietante, suggerisce (per dirla con Svevo) che in fondo la vita non è bella né brutta, ma solo originale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 29 settembre 2016)

"(...) 'Café Society' è film pensato come un romanzo, scritto (in digitale) con la luce di Vittorio Storaro e un orecchio alle intricale saghe familiari di Isaac Bashevis Singer. (...) Dai bruni e grigi invernali di New York, a una palette di colori vivacissimi e ipersaturi: i turchesi delle piscine (la scena di una festa è stata girata in quella che fu la casa di Dolores del Rio (...), i verdi dei prati perfetti, gli intonaci rosati delle architetture art déco, i marroni profondi dei legni preziosi che foderano gli uffici degli studios... Storaro, affiancato allo scenografo abituale di Allen, Santo Loquasto, spinge l'intensità delle tinte verso la bellezza irreale di un sogno (come aveva fatto parecchi anni fa, in modo totalmente sperimentale, in 'One From the Heart', di Francis Ford Coppola). I nomi di Paul Muni, Howard Hawks, Ginger Rogers, Joel Mccrea... aleggiano nell'aria. Ma non si ha l'impressione che tutta questa bellezza sia il sogno di Woody Allen, che «dietro alle quinte» sembrava molto più ispirato in 'Pallottole su Broadway' o 'Broadway Danny Rose', e che, sul cinema, ci ha dato il sublime 'La rosa purpurea' del Cairo. La sua Hollywood emana infatti meno romanticismo di quella ricreata dai fratelli Coen in 'Ave Cesare', e meno fascinazione del devastante sottobosco di 'Mulholland Drive'. (...) Tecnicamente parlando - e lo conferma l'ultima scena, la più emozionante e sentita - 'Café Society' è una love story. Ma, dietro alle immagini preziose e al glamour dei suoi sfondi, si intravede un film malinconico sulle scelte della vita, su come le cose avrebbero potuto andare diversamente. Forse è il film che Allen voleva fare, e che - a parte alcuni momenti molto belli - si è perso per la strada." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 29 settembre 2016)

"Critico contro critico. Di slancio viene subito da dire che «Café Society» presenta un Woody Allen nuovamente in stato di grazia, pienamente a suo agio nel gestire una schermaglia ironica e sentimentale negli Usa anni Trenta e felicemente in sintonia con la scioltezza e l'armonia del cast, la qualità dei dialoghi e la fotografia mirabolante del mitico Storaro. Nello stesso tempo, però, occorre respingere l'assalto dei pensieri impertinenti decisi a convincerci che si tratta di una commedia più raffinata che divertente; la cui elegante effervescenza, cioè, non fa avanzare il plot ma lo riempie fino a esaurirsi nel replay di boutade, quiproquo, stoccate e aforismi portati a compimento se non meglio, più energicamente da molti e molto amati titoli precedenti. Alla fine dell'intimo duello, però, considerando anche l'offerta cinematografica attuale, appare cosa buona e giusta lasciarsi andare al piacere del relax collaudato e alla partitura ricca delle tonalità crepuscolari che non mancano mai al tocco di un artista alieno dalla retorica e il compiacimento di categoria. (...) Sullo sfondo dell'apologo cosparso dalla polverina magica del revival, ma mai rassegnato a farsi cullare dalla banale nostalgia o dal rosario di battute in bilico tra luogo comune e radicato pessimismo (...) fanno via via capolino, con la discrezione cara ai cinefili e forse un po' impalpabile per lo spettatore svincolato, la grazia di Mankiewicz e Wilder, il glamour degli Astaire, i Flynn e le Garland, lo struggente leitmotiv degli amanti perduti di Scott Fitzgerald, i rapsodici contrappunti del jazz, le scorciatoie fuorvianti delle ortodossie religiose, ideologiche o morali e le cupe premonizioni dell'imminente mattatoio mondiale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 settembre 2016)

"Woody scrive e dirige, Storaro fotografa per lui ed è subito magia. Di quella maiuscola del cinema-nel-cinema composto da lustrini e pistole, da risate e lacrime, da superficialità e dalla profonda alienazione di chi superficiale non sa essere. II nuovo immaginifico capitolo della possente filmografia di Allen (...) ha (ri)generato il romanzo di un'America dolcemente schizofrenica, un Paese ancora in età adolescenziale posseduto dalle chimere dell'apparire ma spaventato dai (propri) impulsi a sopraffare. (...) Note a margine: Stewart sempre più bella e brava, Eisenberg sempre più suo alterego, anche fisiognomicamente." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 29 settembre 2016)

Trailer


Altre informazioni

Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Santo Loquasto
Arredamento: Regina Graves
Costumi: Suzy Benzinger
Effetti: Eran Dinur, Brainstorm Digital

Nazione
USA
Distribuzione
WARNER BROS. PICTURES ITALIA

Nato a Flatbush, un rione di Brooklyn (NEW YORK), il 1 dicembre 1935, da una famiglia ebraica di origine ungherese. A soli sedici anni decide di adottare il nome d'arte di Woody Allen e comincia a guadagnare i primi soldi vendendo le sue gag prima per strada e poi ai comici televisivi. Falliti gli studi sia alla New York University che al City College, inizia a lavorare come 'gang man' per alcuni spettacoli televisivi e come presentatore nei night clubs, alternando esibizioni comiche e musicali (suona il clarinetto dall'età di dodici anni). Prima di tentare la strada del cinema ottiene un grande successo a Broadway con le sue commedie: "Don't drink the Water" e "Play it again Sam". Nel 1965 debutta ad Hollywood come attore e sceneggiatore con "Ciao Pussycat" (What's new Pussycat) di Clive Donner. Il primo film lo dirige nel 1969: "Prendi i soldi e scappa" (Take the money and run). Nel corso della sua carriera ha ricevuto diciotto nominations all'Oscar vincendone tre: per la regia e la sceneggiatura originale di "Io & Annie" (Annie Hall) nel 1977 e per la sceneggiatura originale di "Hanna e le sue sorelle" (Hannah and her sisters). "Io & Annie" ha vinto anche l'Oscar come miglior film. Nel 1995, anno del centenario del cinema, riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera, ritirato in sua vece da Carlo Di Palma, che in quell'occasione dichiara "Ritirare premi al suo posto è diventato quasi un lavoro a tempo pieno, vista la sua idiosincrasia per le cerimonie pubbliche".

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.metacritic.com

http://www.variety.com

http://www.movieplayer.it

http://www.washingtonpost.com

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