LUNEDì 20 marzo ore 22.00
MARTEDì 21, MERCOLEDì 22
ore 15.30 - 18 - 20.30
GIOVEDì 23 ore 15 - 17.30 - 20 - 22.10

ggg LOCANDINA

Regia
Steven Spielberg
Genere
FANTASY
Durata
115'
Anno
2016
Produzione
STEVEN SPIELBERG, FRANK MARSHALL, SAM MERCER PER AMBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS SKG, WALDEN MEDIA
Cast

Mark Rylance (Grande Gigante Gentile), Ruby Barnhill (Sophie), Penelope Wilton (Regina), Jemaine Clement (Inghiotticicciaviva), Rebecca Hall (Mary), Rafe Spall (Mister Tibbs), Bill Hader (San Guinario), Adam Godley (Strizzateste), Paul Moniz de Sa (Vomitoso), Jonathan Holmes (Trita-bimbo), Ólafur Ólafsson (Ólafur Darri Ólafsson) (Spella-fanciulle), Daniel Bacon (Scotta-dito)

Trama

Il GGG è un gigante, un Grande Gigante Gentile, molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che come San Guinario e Inghiotticicciaviva si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. E così una notte il GGG - che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e Sciroppio - rapisce Sophie, una bambina che vive a Londra e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce, amichevole e può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i sogni che manda di notte ai bambini e le spiega tutto sulla magia e il mistero dei sogni. L'affetto e la complicità tra i due cresce rapidamente, e quando gli altri giganti sono pronti a nuova strage, il GGG e Sophie decidono di avvisare nientemeno che la Regina d'Inghilterra dell'imminente minaccia, e tutti insieme concepiranno un piano per sbarazzarsi dei giganti una volta per tutte.

Critica

Può sembrare incredibile che Steven Spielberg non abbia incontrato prima Roald Dahl (...). Ed è ancora più incredibile pensare che questo 'II GGG - Grande Gigante Gentile' sia stato almeno in patria uno dei fiaschi più cocenti nella vasta filmografia del regista di 'E.T.' (che con 'II GGG' condivide la sceneggiatrice, Melissa Mathison, qui purtroppo all'ultimo copione). Eppure questo adattamento concepito più di vent'anni fa per Robin Williams, accurato quanto affettuoso, cucito grazie al 'motion capture' addosso allo strepitoso Mark Rylance (già Oscar per il ruolo del sovietico nel 'Ponte delle spie'), non ha convinto il grande pubblico e molti adoratori iper-ortodossi di Dahl. Pronti a sottolineare il tocco (troppo?) leggero del film, che sacrifica allo spettacolo e a un'incessante piacevolezza le asprezze e la sottile crudeltà dello scrittore (una crudeltà 'ad altezza di bambino', per così dire). Sarà. E magari il 'GGG' non è un capolavoro come 'E.T.', con cui peraltro ha molti punti in comune. Però basterebbero i momenti in cui il Gigante e l'orfanella scoprono le rispettive fragilità, o la grazia con cui Spielberg gioca la carta dei sogni sotto vetro, a farne un piccolo, irresistibile classico. Oltre che uno dei pochi film capaci di piegare in direzione poetica i prodigi del 'motion capture'. In fondo è Spielberg il GGG. E il film è anche una riflessione sottile quanto profonda e personale sui mezzi e i fini del suo lavoro.
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2016

Se 'Il Grande Gigante Gentile' fatica un po' ad avviarsi è perché le sue qualità non risiedono nella narrazione. Riguardano le scenografie e gli effetti di Robert Stromberg: il lavoro sulle prospettive, le grandezze scalari, le luci. Come il Gigante che fa il mostratore d'ombre sulle pareti della caverna, Steven si diverte ad alludere - in chiave di fiaba - alla sua immutata passione per il cinema.
Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 29 dicembre 2016

Diventato da tempo uno dei più celebri e potenti registi per adulti, Spielberg forse ha perso la capacità di conquistare il cuore dei ragazzi? E a quali fasce di pubblico si rivolge in sostanza quest'ultima fantasmagoria fantasy, peraltro già un flop memorabile negli Usa? Sta di fatto che «Il GGG - Il Grande Gigante Gentile», trasposizione del bestseller di Roald Dahl che la sua storica produttrice Melissa Mathison aveva comprato e sceneggiato prima di morire l'anno scorso, costituisce una secca e cocente delusione per gli adepti spielberghiani della prima ora. Dopo avere girato un autentico capolavoro come la spy story «Il ponte delle spie», infatti, il re Mida di Hollywood sembra stavolta annaspare sulla scia di un testo già di per sé traballante subendone a più riprese l'overdose zuccherina: non alludiamo, però, ai temi ricorrenti nell'opera omnia, che ci sono quasi tutti (l'infanzia perduta, la confidenza con i diversi, gli universi paralleli visibili solo ai puri di cuore...) quanto alle tipiche e provvidenziali ingerenze creative che qui sembrano, ahinoi, pressoché azzerate. La prima pecca della variazione sul tema (inarrivabile) di «ET.» e quello assai più modesto di «La storia infinita» sta proprio nella figura del «mostro» eponimo (...) i sette metri d'altezza, il modo d'esprimersi alla Mary Poppins e i gusti, per così dire, vegetariani lo differenziano molto dai consimili. Annotato che quest'ultimi - alti il doppio, doverosamente orrendi e rigorosamente cannibali - risultano più incisivi del protagonista in campo lungo e in primo piano, si scopre, mentre gli effetti speciali in digitale si susseguono senza sosta e le lucidi Kaminski si adattano sia al realismo della Londra dickensiana sia alle prodezze della tecnica di « performing capture», quanto manchi un ingrediente decisivo, un senso vero di minaccia, una tensione, una suspense alternativi all'effetto-ronron che mano a mano si diffonde in sala come se gli spettatori si trovassero davanti al caminetto, sulla sedia a dondolo e con una coperta ripiegata sulle gambe. Un po' troppo tardi il film tenta di riprendersi inserendo contrappunti burleschi da prototipi del cinema muto (...). Ma quando Spielberg sente finalmente l'esigenza di darsi una mossa e di allestire la battaglia contro i giganti cattivi, più di un dubbio si è fatto strada negli spettatori e/o accompagnatori over 15: troppo vecchi per identificarsi in Sophie? Non abbastanza strambi per familiarizzare con il GGG? Poco innocenti per godere della magia fiabesca?
Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 dicembre 2016

Dall'incantevole libro di Roald Dahl (...) Spielberg ha ricavato un film altrettanto incantevole e firmatissimo, seppur concepito in spirito di fedeltà. (...) Sul felice copione della compianta Melissa Mathison, la sceneggiatrice di 'E.T.', la storia vola con ritmo romanzesco; e il britannico cast è una delizia, da un Mark Rylance di fantastica innocenza all'adorabile Ruby Barnhill, per non parlare di Penelope Wilton in una simpaticissima incarnazione di Elisabetta II.
Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 29 dicembre 2016

(...) 'II GGG' è un fantasy umanista, ottimista e retro, più per grandi che per piccini: insuccesso negli Usa, a riprova dell'inappetenza al box office di un'anteprima a Cannes, ma vale il costo del biglietto, fidatevi.
Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 dicembre 2016

Piacerà a chi ha un debole per lo Spielberg favolista ('Hook') e non potrà non gradire il suo abbinamento con un altro favolista principe, il grande Roald Dahl (ideatore del 'GGG'). Purtroppo l'amore che Steven ha messo nell'operazione non gli ha evitato di cascare nelle trappole di quell'ordigno antispettacolo che è il sistema motion capture.
Giorgio Carbone, 'Libero', 29 dicembre 2016

La diversità, tanto cara all'autore Roald Dahl, è alla base di un'opera nella quale la mano di Spielberg è ben riconoscibile. Sia Sophie, sia il gigante, sono trattati in modo differente anche all'interno del loro mondo. Da qui nasce una solidarietà che è antidoto alla sofferenza. E all'ignoranza. Film perfetto per far tornare bimbi i grandi e viceversa.
Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 29 dicembre 2016

Trailer


Altre informazioni

Soggetto: Roald Dahl – (libro)
Sceneggiatura: Melissa Mathison
Fotografia: Janusz Kaminski
Musiche: John Williams
Montaggio: Michael Kahn
Scenografia: Rick Carter, Robert Stromberg
Arredamento: Elizabeth Wilcox
Costumi: Joanna Johnston
Effetti: Joel Whist, Joe Letteri, Weta Digital Ltd., Weta Workshop Ltd.
Tratto da: libro per bambini "Il GGG" di Roald Dahl (ed. Salani, coll. Istrici d'oro)
Produzione: STEVEN SPIELBERG, FRANK MARSHALL, SAM MERCER PER AMBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS SKG, WALDEN MEDIA



Nazione
GRAN BRETAGNA, USA
Distribuzione
MEDUSA IN COLLABORAZIONE CON LEONE FILM GROUP (2017)
Tratto da
libro per bambini "Il GGG" di Roald Dahl (ed. Salani, coll. Istrici d'oro)

 

Nato a CINCINNATI, Ohio (USA) il 18 dicembre 1946. Figlio dell'ingegnere elettrico Arnold Spielberg e della pianista concertista Leah Adler. La sua famiglia, di origine ebraica, vive per qualche tempo nel New Jersey, poi si trasferisce a Scottsdale, in Arizona, dove Steven cresce. Destinato a diventare uno dei più grandi registi del suo tempo, Spielberg rimane l'unico tra i maggiori cineasti della sua generazione - a cominciare da George Lucas, amico di una vita - a non avere alle spalle studi universitari di cinematografia. Sostituisce però la scuola con una pratica da autodidatta cominciata fin da ragazzino quando i genitori gli affidano l'uso di una cinepresa ad 8 mm per registrare le gite di famiglia. In realtà, oltre alle gite, il giovane Steven prende l'abitudine di girare filmetti a soggetto in cui dà già prova della sua propensione per il fantastico e del suo gusto per gli effetti speciali. Uno di questi filmetti, "Escape to Nowhere", vince un concorso cineamatoriale; un altro, il fantascientifico "Firelight" viene proiettato in una sala e incassa 500 dollari. Da giovane comincia a frequentare gli studi della Universal e la leggenda vuole che vi si sia introdotto allestendo clandestinamente un ufficio nei locali vuoti di una portineria, e che i custodi, ai quali si presenta sempre in giacca e cravatta, lo lasciassero passare credendolo di casa. Sia come sia, Spielberg non riesce a far vedere le sue prime prove a qualcuno che conti e solo quando "Amblin'", il suo primo film in 35 mm, un cortometraggio di 24 minuti, vince premi al festival di Venice e di Atlanta, la Universal si accorge di lui e lo mette sotto contratto nella sua sezione televisiva. Per la TV, nel 1971, gira "Duel", la storia da incubo di un comune automobilista che ingaggia un duello all'ultimo sangue con una gigantesca autocisterna che lo tallona e lo perseguita per un'intera giornata. "Duel", che in Europa uscirà nelle sale, è considerato a tutti gli effetti il primo film di Spielberg. In questo primo film si vedono già le caratteristiche della sua narrazione: la propensione agli effetti speciali e il tema dell'"eroe involontario", cioè l'uomo comune che si trova a misurarsi con circostanze eccezionali e a tirare fuori l'eroismo che non pensava di avere. Il film diventerà un cult per l'eccezionalità dell'essere stato girato in soli tredici giorni e sarà approvato anche dal severo amico George Lucas. In America, il suo primo film per il grande schermo è invece ritenuto "The Sugarland Express" (che lanciò, nel 1974, una giovanissima Goldie Hawn): road movie ispirato a un fatto di cronaca, racconta la tragica fuga attraverso il Texas di un evaso e di sua moglie, i quali corrono a riprendersi il figlioletto dato in adozione; con questo lavoro il regista ottiene il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, ma non un grande successo di pubblico, probabilmente per i toni troppo cupi e drammatici della pellicola. Un anno più tardi, con "Lo squalo", mette a segno il suo primo grande colpo, cavalcando la voglia di evasione del grande pubblico; nonostante le difficoltà legate alla sua inesperienza, a un malfunzionante squalo meccanico, alle difficoltà climatiche che lasciano pochissime ore al giorno per le riprese in esterni (in mare aperto) il film è campione d'incassi (470 milioni di dollari), vince tre Oscar, e causa addirittura una sorta di psicosi collettiva, tanto da far registrare un calo di turisti nelle località balneari. Nel '77 ottiene un altro clamoroso successo con "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e di fatto riscrive le regole codificate del genere fantascientifico, che volevano gli alieni nei panni dei mostruosi conquistatori, dandone una visione assai più benevola, "umanizzante". In questa pellicola il regista di Cincinnati dirige Richard Dreyfuss (già presente in "Lo squalo") e François Truffaut, ma soprattutto ottiene la prima nomination agli Oscar, per la miglior regia. In questi primi film lo stile e gli interessi di Spielberg sono già definiti: osservando da vicino quella "middle class" americana in cui è cresciuto, egli ama sempre inserire all'interno della sua quotidianità un elemento difforme, inquietante (si tratti di un enorme autotreno, di un feroce e voracissimo squalo, di due fuggiaschi, o degli alieni) che rompe la normalità della sua esistenza mettendone alla luce le debolezze e le ipocrisie. E tutto questo riesce a farlo, sorretto da uno straordinario senso dello spettacolo, da un'immaginazione da bambino mai del tutto cresciuto, da un linguaggio che sa parlare a tutti suscitando tensione e commozione, paura e sentimento. Dopo lo scarso successo di "1941: allarme a Hollywood" (1979), commedia sull'isteria collettiva antigiapponese che si diffuse in America dopo Pearl Harbor, torna ad incassi da record nel 1980 con "I predatori dell'arca perduta", scaturito da un'idea sviluppata insieme a George Lucas (reduce dall'enorme successo della saga di "Guerre Stellari"), con cui nasce il personaggio dell'avventuroso archeologo Indiana Jones, che Spielberg riprenderà nell'84 ("Indiana Jones e il tempio maledetto") e nell'89 ("Indiana Jones e l'ultima crociata"), corredato dalla memorabile interpretazione di Harrison Ford. Nel frattempo, però, torna alla fantascienza con un film che meglio di altri rappresenta la sua idea di cinema come strumento per accendere sogni, stupori, fantasie: "E.T. L'extraterrestre" del 1982, storia del piccolo alieno dimenticato dalla sua astronave, solo e smarrito sulla Terra: è così che batte tutti i record d'incasso della storia del cinema. E ancora una volta, come già in parte in "Incontri ravvicinati", Spielberg racconta una storia vedendola nell'ottica - innocente e disponibile alla meraviglia - dei bambini, probabilmente inserendo elementi autobiografici come il senso di abbandono e la fuga della realtà attraverso la fantasia. La pellicola vale al regista la terza nomination agli Oscar. A partire dal 1982 Spielberg comincia a occuparsi anche di produzione e fonda la Amblin Entertainment (in omaggio al titolo del suo primo cortometraggio) assieme ai colleghi Katleen Kennedy e Frank Marshall: la casa produce film campioni di incassi come la trilogia di "Ritorno al futuro" di Robert Zemeckis. Nel 1985 Spielberg si misura per la prima volta con un film "impegnato", vale a dire "Il colore viola", storia tratta da un romanzo di Alice Walzer che racconta di una donna di colore salvata dai maltrattamenti del marito grazie ad un'amica: ancora una volta critica e pubblico si dividono, scarso successo per la prima, buon risultato per il secondo; tra i componenti del cast, interamente di colore, spicca l'astro nascente di Whoopi Goldberg. In un film completamente diverso da "E.T.", "L'impero del Sole" (1987), affresco storico di ampie proporzioni, Spielberg tornerà a liberare la fantasia per raccontare le vicissitudini di un bambino inglese che, al momento dell'occupazione giapponese di Shangai nel '41, perde i genitori e si ritrova a trascorrere gli anni della guerra da solo, passando da un campo di prigionia all'altro: in questo caso, invece, al plauso della critica fa da contraltare l'insuccesso ai botteghini. Dopo il romantico "Always - Per sempre" (1988), in cui recita anche Audrey Hepburn, gli anni 90 si aprono con il ritorno di Spielberg al genere fantasy: "Hook - Capitan Uncino" (1991), in cui immagina un Peter Pan cresciuto (interpretato da Robin Williams) sposato e con figli, e tuttavia coinvolto in misteriose avventure: il film ha un chiaro riferimento alle dinamiche di relazione fra adulti e ragazzi, fra genitori e figli, e quindi ad una componente autobiografica. Ma è soprattutto con "Jurassic Park" (1993), adattamento con effetti speciali a profusione del romanzo di Michael Crichton sul catastrofico, rovinoso ritorno alla vita dei dinosauri, che avviene la consacrazione a re del genere fantascientifico e il raggiungimento di un nuovo record storico di incassi battendo lo stesso "E.T.", un picco che sarà superato solo da "Titanic" di Cameron. Non ancora terminata la post produzione di quel film, Spielberg si lancia nell'avventura di "Schindler's List" (1994), in cui riesce a raccontare la tragedia dell'olocausto attraverso l'itinerario umano e morale di un imprenditore iscritto al partito nazista, che si ritrova a mettere in salvo migliaia di ebrei dapprima quasi per caso, poi con consapevolezza e dedizione sempre maggiori. Con "Schindler's List", Spielberg, che aveva con l'Oscar un conto aperto (candidato in diverse categorie per "Incontri ravvicinati", "I predatori dell'arca perduta", "ET." e "Il colore viola", non aveva mai vinto nulla salvo un premio speciale, l'Irwing G. Thalberg Award, nel 1987), salda quel conto vincendo sia il premio per il miglior film sia quello per la miglior regia, smentendo la sua iniziale perplessità nel dirigere un film così complesso (fatto che lo aveva portato inizialmente a chiedere a Polanski di curare la regia, ricevendo però dal filmaker ebreo-polacco un rifiuto a causa del forte coinvolgimento emotivo nella storia). Spielberg è particolarmente legato a questa sua opera, essendo lui stesso di origini ebraiche e avendo provato sulla propria pelle, soprattutto in gioventù, gravi episodi di discriminazioni, come ricorda in numerose interviste. Il film è girato in bianco e nero, ma presenta note di colore solo in alcuni momenti ritenuti importanti dal regista - per esempio il cappotto rosso della bambina nel ghetto di Cracovia o la luce delle candele durante la preghiera. Gli incassi enormi del film vengono definiti dallo stesso Spielberg "blood money" e quindi devoluti a una fondazione in memoria della Shoah. Dopo questo enorme successo dà un seguito a "Jurassic Park" con "Il mondo perduto" (1997; criticato per la banalità della trama) e realizza "Amistad" (1997) - storia della rivolta di un gruppo di neri contro l'equipaggio della nave che, nel 1839, li porta da Cuba agli Stati

Uniti per venderli come schiavi. Il film è prodotto dalla neonata DreamWorks SKG, fondata assieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen (SKG è l'acronimo dei loro cognomi) e destinata a realizzare veri e propri colossi dell'animazione e non, come "Il principe d'Egitto" (1998), "Z la formica" (1998) e soprattutto "Shrek" (2001), "Shrek 2" (2004) e "Shrek Terzo" (2007), ma anche "American Beauty" (tre Academy Awards), "Il gladiatore", "A Beautiful Mind" e molti altri. La Dreamworks SKG inoltre avvia una collaborazione con Microsoft Corporation e LucasArts dell'amico George Lucas per la realizzazione di videogiochi di cui lo stesso Spielberg cura la sceneggiatura, come "Director's Chair". Nel 1998 è la volta di "Salvate il soldato Ryan", che si rivela un altro progetto ben riuscito: nella prima mezz'ora viene descritto lo sbarco degli alleati in Normandia con una crudezza che non fa sconti allo spettatore, con un livello di realismo visivo e sonoro assolutamente inusitato nella storia del genere bellico, un film soprattutto lontano dai patriottismi tipici dei film di guerra americani, fortemente avversati dal regista. Con quest'ultimo film, ottiene anche il suo secondo Oscar come miglior regista, ma la pellicola ne ottiene altri quattro per la fotografia, il montaggio, il sonoro e gli effetti sonori: dodici sono in tutto le nomination e notevole è anche la presentazione fuori concorso alla Mostra di Venezia. Sempre a Venezia, nel 1993, riceve il Leone d'Oro alla carriera e, mentre l'allora direttore della Mostra Gillo Pontecorvo gli consegna il premio, Spielberg gli restituisce il Leone d'Oro vinto da Pontecorvo nel 1966 per "La battaglia di Algeri": la statuetta era stata messa all'asta dallo stesso regista italiano per raccogliere fondi da destinare ai giovani autori e fu ricomprata da Spielberg proprio con l'intenzione di restituirgliela, con la seguente motivazione: "non si può comperare il lavoro di un autore". Nel 2001, Spielberg rifiuta con coraggio di dirigere "Harry Potter e la pietra filosofale" - dichiarando di preferire storie sconosciute a cui dare visibilità piuttosto che film dal successo già prevedibile, dato quello precedente del libro - e l'anno successivo esce nelle sale "Minority Report", tratto dall'omonimo romanzo di P. K. Dick, interpretato, fra gli altri, da Tom Cruise e arricchito da echi di Kubrick e Hitchcock. Sempre del 2002 è "Prova a prendermi", con Leonardo Di Caprio nella parte di Frank W. Abagnale Jr., truffatore realmente esistito e riuscito a scappare dalla giustizia fingendosi medico, avvocato, pilota d'aereo, inseguito dall'agente dell'FBI Carl Hanratty/Tom Hanks. Quest'ultimo sarà anche l'attore principale di "The Terminal" (diretto da Spielberg nel 2004), ispirato alla vera storia del rifugiato iraniano Mehran Nasseri bloccato all'aeroporto di Parigi (divenuta New York nella finzione cinematografica, mentre l'origine del protagonista è stata cambiata con l'Europa dell'est). Del 2005 è, invece, "La guerra dei mondi" - girato in soli tre mesi sgomberando un intero quartiere di una cittadina del New Jersey - in cui il regista torna a collaborare con Tom Cruise: l'atmosfera cupa e drammatica del film è certamente ancora influenzata dai fatti dell'11 settembre. Sempre di un episodio terroristico racconta anche "Munich", grande successo dello stesso anno, ispirato al terribile massacro di israeliani perpetrato durante i Giochi Olimpici di Monaco '72 e la cui ossatura è costituita dall'adattamento del libro-inchiesta del giornalista canadese George Jonas. Il film sarà molto apprezzato anche per la prova da protagonista di Eric Bana, tanto da ricevere cinque nomination agli Oscar, ma, purtroppo nessun premio; molte, invece, saranno le polemiche suscitate dalla comunità ebraica. Nel 2008 Spielberg torna al passato girando il quarto episodio di "Indiana Jones", sempre con Harrison Ford nella parte di Indy e ambientato nel contesto della Guerra Fredda, con Cate Blanchett nei panni di un alto funzionario dei servizi segreti sovietici. Nel 2011 decide invece di misurarsi con la spettacolare animazione in 3D con "Le avventure di Tintin: il segreto dell'unicorno" (vincitore del Golden Globe come miglior film d'animazione). Nel 2012, però, è di nuovo un tema politico e storico a ispirarlo. Realizza, infatti, "Lincoln": la biografia del presidente degli Stati Uniti che abolì la schiavitù cambiando la storia per sempre; ancora una volta porta sul grande schermo un film che fa discutere ottenendo allo stesso tempo numeri da record, prassi a cui il regista ha ormai abituato il suo pubblico. Durante la cerimonia degli Academy Awards, Daniel Day-Lewis vince l'Oscar 2013 come miglior attore protagonista e un'altra statuetta viene assegnata per le migliori scenografie. Solo due premi nonostante le molte altre candidature: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore (Tommy Lee Jones) e attrice (Sally Field) non protagonisti, fotografia, montaggio, colonna sonora, costumi e missaggio sonoro. Così come usava fare Hitchcok, anche Spielberg compare in alcuni cammei nei suoi film (per esempio il turista in "Indiana Jones e il tempio maledetto" oppure mentre mangia i pop corn in "Jurassic Park"). Nota è anche la sua produzione televisiva, spesso in coppia con Tom Hanks, tra cui la serie "Band of Brothers", messa in onda dall'emittente HBO e incentrata sulla storia dei militari americani di stanza in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti anche a livello internazionale, nel 2004 l'Ente David di Donatello gli ha consegnato un David Speciale per la sua carriera cinematografica. Possiede inoltre un dottorato ad honorem in Letteratura presso l'Università di Yale e molti riconoscimenti onorifici quali quello di Cavaliere della Repubblica Italiana conferitogli dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi in occasione di un incontro, sempre nel 2004. Nel 2008 riceve la nomina di direttore artistico delle Olimpiadi di Pechino e tenta, da questa posizione, di influenzare il governo cinese in materia di rispetto e ampliamento dei diritti umani, per poi abbandonare l'incarico in segno di protesta a causa della condotta del grande paese orientale in occasione della guerra civile in Darfur. Dopo aver divorziato dalla prima moglie, l'attrice Amy Irving, nel 1991 ha sposato l'attrice Kate Capshaw, conosciuta sul set di "Indiana Jones e il tempio maledetto".

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

Iscriviti se vuoi recevere le nostre newsletter e non perderti nessuna uscita !
Privacy e Termini di Utilizzo

I cookie ci aiutano ad erogare servizi di qualità. Utilizzando i nostri servizi, l'utente accetta le nostre modalità d'uso dei cookie.